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01/12/2016

Museo Naturalistico Archeologico, due nuove sezioni per criptoportico e anfore romane

In luce lo straordinario rinvenimento di centinaia di recipienti vuoti riutilizzati per la bonifica di terreni umidi

Da sinistra, Dal Lago, Rossignoli, Mazzochin
e Bulgarini d'Elci

Di fronte a manufatti risalenti a epoche lontane è inevitabile provare emozione, curiosità, interesse, lo stesso stupore che suscitano le due nuove sezioni permanenti che arricchiscono ora l'impianto espositivo del Museo Naturalistico Archeologico di Vicenza. Si tratta di due nuove aree tematiche dedicate alle anfore romane rinvenute a Vicenza e ai reperti del criptoportico. Grazie ad esse, in sinergia con i percorsi di Vicenza romana dislocati all'esterno del museo, si aprono nuove potenzialità per la didattica e la comprensione dello sviluppo della città antica.

Questa mattina i due nuovi allestimenti sono stati presentati da Jacopo Bulgarini d'Elci, vicesindaco e assessore alla crescita, Antonio Dal Lago, conservatore del museo, Cinzia Rossignoli, funzionario archeologo responsabile della tutela della città di Vicenza e del Vicentino Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le Province di Verona, Rovigo e Vicenza, e Stefania Mazzocchin, ricercatrice del dipartimento di Archeologia dell'Università di Padova.

“Fagocitata dalla ricchezza delle architetture palladiane – ha dichiarato il vicesindaco e assessore alla crescita Jacopo Bulgarini d'Elci – la Vicenza archeologica è sempre rimasta in secondo piano nelle operazioni di valorizzazione culturale e turistica della città. Consci dell'importanza di quanto ci è stato tramandato, grazie alla collaborazione con la Soprintendenza e qui anche con l'università di Padova, stiamo cercando di recuperare terreno, mettendo in luce la straordinarietà della città sotterranea. Non solo con queste due nuove sezioni museali dedicate a reperti che ci invitano a visitare i luoghi dei ritrovamenti e ci fanno scoprire utilizzi inaspettati di oggetti quotidiani del passato, come le anfore, ma anche con l'ormai prossimo recupero della nuova area archeologica della Basilica palladiana”.

I due progetti di nuovo allestimento del Museo Naturalistico Archeologico, curati dal conservatore Antonio Dal Lago e dal dottor Armando Bernardelli, hanno infatti avuto il fondamentale consenso della Soprintendenza, e la fattiva collaborazione della dottoressa Cinzia Rossignoli, funzionario archeologo. L'esposizione delle anfore è stata elaborata anche in collaborazione con l'Università di Padova che, oltre a fornire le illustrazioni elaborate dalla disegnatrice Silvia Tinazzo, attraverso la stipula di una convenzione con il Comune di Vicenza ha permesso il coinvolgimento della ricercatrice del dipartimento di Archeologia Stefania Mazzocchin, autrice di un'apprezzata monografia proprio sulle anfore di Vicenza.

Le anfore romane

Questi contenitori “che si possono portare da entrambe le parti” (tale è il significato di anfora dal greco ἀμϕί = da ambo le parti e ϕέρω = portare), sembrano portare benissimo gli oltre duemila anni di storia che li hanno accompagnati fino a noi.

Nella sezione loro dedicata viene valorizzata una vera e propria “vita” di tali oggetti, spiegata con accurata semplicità dall'apparato didascalico a corredo dell'esposizione.

Attraverso testi e disegni il nuovo percorso espositivo si dipana con chiarezza didattica fornendo le prime risposte alle curiosità dei visitatori: si inizia spiegando cosa fossero le anfore, illustrando le parti da cui erano composte (collo, anse, corpo, puntale) e come fossero costruite. Chiarito che si tratta di contenitori di terracotta dove venivano trasportate derrate alimentari come vino, olio e salse varie a base di pesce, il visitatore dell'esposizione scopre l'ampiezza delle tratte commerciali percorse, che coprivano l'intero Mediterraneo.

I numerosi e cospicui rinvenimenti di anfore a Vicenza offrono diverse indicazioni sul consumo alimentare nella città di duemila anni fa, con derrate provenienti da aree vicine ma anche da regioni lontane, mentre si rimane a bocca aperta davanti ad un'anfora che presenta ancora alcuni resti del suo antico contenuto.

Si scopre inoltre che le anfore “parlano” attraverso segni e scritte apposti su di loro, in genere bolli o graffiti, spesso indicanti il fabbricante, o il contenuto, come nel caso di un strabiliante esemplare che reca un titulus pictus, cioè una scritta di colore rossiccio che menziona una famosa salsa di pesce proveniente dalla Spagna: il Garum Hispanum.

La quantità di rinvenimenti cittadini non solo lascia stupiti, ma illustra in modo spettacolare anche l'ultima fase della vita delle anfore che, dopo aver terminato la loro funzione di contenitori, venivano riutilizzate in altri ambiti, soprattutto edilizi: i grandi ammassi trovati nella Venetia e anche in vari punti di Vicenza testimoniano infatti il loro impiego nella bonifica e costipazione di terreni umidi. In città, in particolare, nel 1993 in occasione dello scavo per un garage interrato tra Mure San Michele e contra' della Piarda, sono state rinvenute oltre 300 anfore riutilizzate “a testa in giù” per isolare dall'acqua un grande terrapieno difensivo.

 

I reperti del criptoportico

La sezione dedicata ai reperti del criptoportico presenta oggetti rinvenuti negli scavi degli anni '50 a seguito della scoperta del criptoportico in piazza Duomo. Si tratta di oggetti di arredo, tra i quali spicca una decorazione bronzea con le sembianze di un dio fluviale e un piede di leone in marmo parte di un tavolo, che confermano l'importanza della casa a cui era legato il criptoportico. Sono esposte anche alcune lucerne, la cui datazione va dal I al IV secolo d.C., testimoniano la lunga vita dell'edificio, mentre resti architettonici come antefisse (elementi delle coperture dei tetti) ed elementi di pavimento suggeriscono una certa attenzione nella costruzione di questo ambiente sotterraneo, sicuramente funzionale a una importante casa romana.

Dopo aver visto le due vetrine, immancabile risulta una visita al suggestivo sito archeologico, un patrimonio vicentino di importanza internazionale.

 

Le altre attività del Museo Naturalistico Archeologico

Non si esaurisce tuttavia con questo importante ampliamento espositivo il ruolo del Museo Naturalistico Archeologico di Vicenza che è ben più articolato e che ha tra i compiti istituzionali, oltre alla conservazione e all'esposizione del proprio patrimonio, anche la ricerca scientifica, la didattica e l'incremento delle collezioni. Il Museo Naturalistico Archeologico di Vicenza ha infatti sempre dedicato particolare attenzione allo sviluppo di progetti di ricerca finalizzati ad una migliore conoscenza del patrimonio naturalistico della provincia di Vicenza, ambito territoriale trattato nell'esposizione permanente, collaborando e coordinando diversi appassionati e specialisti.

In questi anni il polo museale di contra' Santa Corona ha organizzato, in collaborazione con università, gruppi e associazioni naturalistiche vicentine, ricerche che hanno portato all’incremento delle collezioni naturalistiche, spesso conclusesi con la pubblicazione dei dati raccolti nelle campagne di ricerca. Oltre alla pubblicazione della rivista scientifica "Natura Vicentina", iniziata nel 1997 e giunta nel 2016 all'edizione n. 19, vanno ricordate tra le principali pubblicazioni realizzate l'Atlante degli uccelli nidificanti in provincia di Vicenza, l'Atlante degli anfibi e dei rettili in provincia di Vicenza, la Guida allo studio e al riconoscimento di Cavallette, Grilli, Mantidi e insetti affini del Veneto, Grotte dei Berici: aspetti fisici e naturalistici (vol. I e vol. II).

Ultimo e fresco di stampa è l'Atlante floristico della provincia di Vicenza, uno strumento scientifico indispensabile per una approfondita conoscenza del patrimonio floristico della nostra provincia, per una corretta programmazione e gestione del territorio, in tutte le sue componenti. Il progetto, si allinea ad altre esperienze già realizzate in Italia (Friuli Venezia Giulia e Valle d'Aosta), che seguono le indicazioni di altri progetti di cartografia realizzati su larga scala in Centro Europa. La presentazione porta la firma del prof. Livio Poldini, autore della prima cartografia fatta in Italia: quella del Friuli Venezia Giulia. L'impostazione segue le indicazioni codificate dal Progetto Cartografico Europeo (Ehrendorfer, Hamman, 1965) suddividendo la provincia in aree di base sulla cartografia 1:50.000 dell'I.G.M. Il progetto è stato realizzato mettendo assieme i dati raccolti da Silvio Scortegana (responsabile scientifico del progetto), Nicola Casarotto, Rizzieri Masin, Davide Tomasi e Antonio Dal Lago (responsabile organizzativo). La compilazione delle schede, iniziata da Scortegagna nel 1997, si è conclusa, con la partecipazione degli altri ricercatori nel 2015, per un totale di 312361 dati complessivi raccolti in 4180 escursioni. I dati compilati con le indagini di campagna sono poi stati trasferiti in un data base specifico per la gestione cartografica. Il risultato di questo articolato lavoro è un volume di 222 pagine con allegato un CD contenente le carte dove sono riportati per ogni quadrante i dati, di presenza-assenza, delle 2076 specie vegetali presenti nella nostra provincia.

 

Per informazioni:

http://www.museicivicivicenza.it/it/mna/

Galleria fotografica

ATTENZIONE: La notizia si riferisce alla data di pubblicazione indicata in alto. Le informazioni contenute possono pertanto subire variazioni nel tempo, non registrate in questa pagina, ma in comunicazioni successive.

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